RIETI

 

Dati del Comune

73 comuni per kmq 2.750,52. Provinca posta a nord ovest della Regione Lazio.

 

La motivazione della decorazione

Alla Provincia reatina e stata concessa nel 2005 la Medaglia d’argento al merito civile:

La Comunità provinciale del Reatino resisteva, con fierissimo contegno, all’accanita furia delle truppe tedesche accampate sul suo territorio, altamente strategico per le immediate retrovie del fronte di Cassino, e partecipava, con indomito spirito patriottico ed intrepido coraggio, alla guerra di Liberazione, sopportando la perdita di un numero elevato di eroici concittadini e la distruzione di ingente parte del suo patrimonio monumentale ed edilizio. Provincia di Rieti, 1943-1944.

 

Le vicende belliche e resistenziali

Il bombardamento di Roma del 19 luglio 1943, causò un forte movimento di sfollati in queste zone, presso amici e parenti; con l’8 settembre, con la dissoluzione dell’esercito, centinaia di sbandati affluirono dall’Abruzzo, dalle Valli del Volturno e del Garigliano. A questi si aggiunsero numerosi prigionieri di guerra, soprattutto serbi e montenegrini, fuggiti dai campi di concentramento, che andarono ad alimentare le forze partigiane che si stavano costituendo.

Tra i gruppi partigiani, si segnala la “Patrizio D’Ercole” a Poggio Mirteto, composta da soldati e civili; nell’altipiano di Leonessa operai comunisti provenienti da Terni, insieme ad ex prigionieri sovietici e montenegrini, diedero vita alla “Spartaco Lavagnini”. Nell’alta Sabina, al confine con l’Abruzzo sorsero la “Gioda” e la “Colli della Sentinella”, anch’esse formate da militari ed ex prigionieri.

Anche nelle immediate vicinanze di Rieti, fin dal settembre 1943 degli elementi locali e militari sbandati costituirono le bande “Gunnella”, “Michell” e “Cittaducale” che, almeno nei primi tempi si dedicarono alla raccolta delle armi e alla propaganda contro l’arruolamento nella RSI. Iniziarono poi le azioni: presso Poggio Mirteto venne svuotato un deposito di armi, vennero liberati dei prigionieri alla locale stazione ferroviaria e il 19 settembre venne fatto saltare un convoglio tedesco. Si susseguirono gli attacchi alle caserme repubblichine e i sabotaggi alle linee elettriche e il lancio dei chiodi quadripunte lungo le vie di transito.

Nel contempo si era segnalata l’opera del clero locale in favore del movimento partigiano; si distinsero don Giuseppe Ortensi e don Concezio Chiaretti che stabilì contatti nell’alta Sabina.

Non mancarono i bombardamenti alleati, come quello del 19 novembre che distrusse la stazione ferroviaria del capoluogo.

Con lo sbarco alleato a Nettunia crebbe la forza delle bande partigiane, attraverso i contatti con la Capitale ed in particolare con il Fronte militare clandestino del col.Montezemolo.

Importante fu l’organizzazione dei partiti, specialmente del PCI, nell’azione di coordinamento e finanziamento delle bande, accompagnate da un’attiva opera di propaganda.

Sempre più frequenti furono gli scontri con i nazifascisti e le conseguenti rappresaglie. Il 28 gennaio alcuni partigiani vennero a conflitto presso Corvaro e il giorno seguente il paese venne saccheggiato per rappresaglia da un centinaio di nazifascisti. Il 2 marzo un nucleo partigiano disarmò il presidio fascista di Rivodutri e successivamente quello di Poggio Bustone (v.), dove due settimane dopo una squadra partigiana, con l’aiuto della popolazione fronteggiò l’attacco di circa 200 nazifascisti al comando del questore di Rieti.

Il 16 marzo la neocostituita “Brigata Gramsci” dichiarò di aver liberato una zona compresa tra Leonessa, Rivodutri, Poggio Bustone e Castiglion d’Arrone: una delle prime “zone libere” create in Italia durante l’occupazione tedesca. La reazione nazifascista venne effettuata due settimane dopo con un rastrellamento che durante la settimana di Pasqua seminò morte e distruzione in diversi comuni reatini: Rivodutri, Cepparo, Castel di Tora, Borbona, dove si ebbero vittime tra i civili e deportazioni in Germania.. Il 2 aprile fu la volta di Morro Reatino, dove 19 abitanti vennero uccisi dai nazifascisti. Nel territorio venne inviata una divisione tedesca che assediò Leonessa. Il 4 aprile nella frazione di Cumulata, a seguito della delazione di una donna, vennero uccise 13 persone. La stessa donna condusse i tedeschi in località Fossatello, dove furono uccise 23 persone, tra i quali i fratelli romani Favola e il parroco don Concezio Chiaretti.

L’operazione di rastrellamento continuò il 7 aprile sul Monte Tancia di Monte San Giovanni in Sabina (v.). Infine, il 9 aprile vennero fucilati alle cosiddette “Fosse Reatine” 16 patrioti, catturati in precedenza; tra essi il romano Giuseppe Felici.

Da sottolineare che il protagonista e il responsabile delle azioni contro i “Banditen”, dall’8 settembre 1943 al 12 giugno 1944 fu il Capo della provincia Ermanno Di Marsciano che impegnò essenzialmente le Camice Nere e la GNR, in ausilio ai circa 1.000 uomini della Wehrmacht comandati dal col. Ludwing Schanze; le forze partigiane in campo erano formate da 300-400 uomini.

L’attività partigiana, interrotta ovviamente durante questi eventi, venne ripresa con l’avanzata degli Alleati dopo la liberazione di Roma. Molti comuni vennero liberati dai partigiani prima dell’arrivo degli Alleati, che fecero ingresso a Rieti il 15 giugno 1944.

Le statistiche parlano che tra gennaio e giugno 1944 le incursioni aeree alleate su Rieti fecero 56 vittime accertate, mentre quelle decedute in altre località (a Bagugno con il mitragliamento di un’autocorriera, a Contigliano, Petrella Salto, Cantalice, Roccasinibalda) furono decine.

Significativa è la lista dei civili, un centinaio, vittime delle fucilazioni, avvenute per rappresaglia in molti centri.

Quattro giorni dopo lo sbarco alleato in Sicilia, Vittorio Emanuele III°, “su proposta del Duce del fascismo” con il R.D. 14 luglio 1943 estendeva la dichiarazione dello stato di guerra anche al tettitorio della provincia di Littoria.

L’adesione alla RSI fu massiccia tra i giovani di Littoria,  mentre in provincia i giovani, pur di evitare la coscrizione militare, raggiunsero in montagna gli uomini che volevano sfuggire al lavoro obbligatorio.

La Federazione fascista aveva aperto presso l’albergo Milano di Roma un ufficio per l’assistenza agli sfollati pontini, vittime, sin dai primi giorni del settembre 1943 allo sfollamento obbligatorio, ma in loco le popolazioni non ebbero alcuna forma di assistenza.

Lo sgombero dei centri costieri da parte della popolazione civile iniziò il 12 settembre e proseguì per tutto il mese, con la conseguenza che le abitazioni abbandonate erano fatte oggetto di sciacallaggio. Allontanate le popolazioni, i tedeschi predisposero la fortificazione dei centri costieri abbandonati  e l’erezione di una barriera anti-sbarco con la posa di circa 250.000 mine di ogni tipo, che divennero micidiali a guerra terminata.

Tra il novembre e il dicembre 1943 venne effettuato l’allagamento della pianura, come “difesa della pianura di Littoria”: vennero ostruite le foci, fatti saltare i ponti e sabotati gli argini. Venne così distrutto l’equilibrio idraulico della zona paludosa. Analoga operazione venne effettuata tra Monte San Biagio e Fondi. Comunque, da parte del personale del Consorzio di bonifica si cercò di sabotare l’opera dei tedeschi e quindi per limitare i danni.

Dalla proclamazione dell’armistizio fino al maggio 1944, la provincia rimase in balìa dei tedeschi, dei bombardamenti e dei mitragliamenti “terroristici” alleati e del selvaggio comportamento  delle truppe coloniali francesi.

Mentre i tedeschi si diedero a ruberie, razzie di bestiame, fecero man bassa dei valori nelle banche locali, effettuarono rastrellamenti e alle deportazioni, con l’impotenza totale del Partito fascista repubblicano ad opporsi ai “camerati”, con l’aggravante che spesso erano di supporto alle attività repressive.

In un contesto di guerra totale, da parte degli Alleati le popolazioni erano considerate arma di ricatto, e quindi sia il territorio che i residenti dovevano essere annientati dai cannoneggiamenti e dai bombardamenti, comprese zone (Cori, Lenola, Sezze e Priverno) estranee alla strategia militare.

La persistenza dei fronti di guerra a nord e a sud della provincia causò una sempre maggiore condizione di disagio nella popolazione per la scarsezza dei rifornimenti e per il lievitare dei prezzi. D’altra parte, mentre la popolazione dei centri meridionali pur essendo costretta a sopravvivere tra gli inospitali Monti Aurunci e il mare, interdetto per 5 km fin dal settembre, la popolazione dei centri settentrionali, poco omogenea dal punto di vista sociale,a causa delle recenti immigazioni, venne dispersa, soprattutto dopo l’inondazione forzata effettuata dai tedeschi per ragioni strategiche.

Il 9 febbraio le autorità tedesche emisero da Littoria l’ordine di sfollamento generale, che coinvolse il capoluogo e Aprilia, Cisterna e Cori. Le cronache raccontano che gli sfollati, non potendo essere trasportati verso Roma per l’assenza di mezzi a disposizione della Prefettura, erano obbligati a muoversi a piedi o con i carretti verso il campo allestito alla Breda di Roma. Nelle zone occupate dagli Alleati effettuarono lo sgombero che comportò  l’imbarco di molti cittadini (Anzio, Nettunia) su navi militari dirette in Calabria.

Un’altra componente tragica delle sofferenze e dei lutti della guerra che si combatteva nel territorio della provincia, è il cosiddetto “premio” di 48 ore concesso dagli ufficiali francesi alle truppe coloniali, alle quali era affidato il compito di costituire truppe d’assalto contro i tedeschi. La ricompensa consisteva nel disporre a proprio piacemento di persone e beni; questo tragico evento prende il nome di “marocchinate”. Dopo la guerra la Direzione generale del Ministero della Sanità calcolò che nell’intera provincia avvennero circa 2.000 contagi venerei da stupro – impossibili da curare per assenza di medicine adeguate – e quindi risulta inimmaginabile il numero delle violenze, soprattutto avvenute a Campodimele, Lenola, Castelforte e SS. Cosma e Damiano; Sezze, Maenza e Priverno subirono un minor numero di violenze.

Non esiste una statistica sul numero delle mine che gli eserciti sparsero nel territorio della provincia, nel periodo settembre 1943-maggio 1944 e che colpirono le popolazioni, soprattutto di campagna, che erano ritornate a casa dopo le evacuazioni. Dal marzo 1945 si svolsero dei corsi volontari retribuiti per le procedure di sminamento, mentre la campagna di bonifica terminò il 31 ottobre 1948 e continuò da parte di alcune cooperative. Tra gli episodi luttuosi accorsi durante l’opera di sminamento, si ricorda quello avvenuto il 26 novembre 1946 al Lido di Sabaudia, quando perirono sei uomini.

Mentre in altre regioni la storia civile nacque dalla lotta contro i nazifascisti, in provincia di Littoria  non vi è stato quel tipo di Resistenza che si contraddistingue per l’opposizione armata. Nel territorio si deve parlare piuttosto di una resistenza “diffusa”, locale ed occasionale.

Le ragioni sono molteplici. La limitata area pontino-aurunca era terreno, fronte di guerra tra due eserciti, dove ogni iniziativa resistenziale era impedita dalla presenza della popolazione civile, oggetto di rappresaglia da parte germanica. A ciò si aggiunga la diversa composizione sociale, economica e culturale esistente nella provincia: mentre la parte sud era tradizionalista e conservatrice, il nord si era formato da meno di due decenni ed essendo una disomogenea realtà popolata dal regime. In entrambe le zone non sussisteva quindi un antifascismo che poteva maturarsi in movimento resistenziale.

Pertanto si deve considerare resistenza l’assistenza agli infiltrati e ai soldati alleati, la fuga dei giovani e dei più anziani dalla coscrizione e al lavoro obbligatoria, il sabotaggio delle attrezzature durante l’allagamento della pianura, la difesa del proprio patrimonio, oggetto di razzie da parte dell’occupante.

Una certa attività tipicamente resistenziale si può comunque considerare  l’opera di sostegno alle operazioni militari alleate e la costituzione, da parte di alcuni elementi del CLN romano e dei Castelli, di gruppi resistenziali sui Monti Lepini ed operanti nelle zone di Sermoneta, Sezze, Maenza, con scopi di sabotaggio con i chiodi quadripunte e delle linee telefoniche dei comandi tedeschi. Con l’arretramento progressivo delle truppe tedesche, la “Monti Lepini” attaccò il 24 maggio un distaccamento tedesco nei pressi di Sermoneta, mentre il giorno successivo un gruppo di 5 uomini guidò una colonna statunitense verso l’Abbazia di Valvisciolo per far snidate l’avamposto tedesco; in quella occasione si ebbero alcune vittime tra entrambe le parti e furono arrestati 105 tedeschi, consegnati poi agli Alleati.

A sud, intorno a Castelforte, in precedenza si era formato un gruppo costituito dall’allora ten.col. Giuseppe Aloia che effettuava essenzialmente azioni di prevenzione dalla distruzioni delle opere pubbliche.

Si deve inoltre segnalare l’azione di gruppi di cittadini che riuscirono a minare la galleria ferroviaria tra Monte San Biagio e Priverno-Fossanova e il ponte tra Roccagorga e Sezze

Se questo è il quadro generale della provincia di Littoria, si rimanda alle vicende dei singoli centri sulle vicende relative alle devastazioni causate dai bombardamenti e dai cannoneggiamenti e per le violenze da parte dell’occupante sulla popolazione civile.

Lo stesso capoluogo non fu risparmiato dalla guerra. La città fu spesso obiettivo di azioni isolate e sistematiche. Il 5 febbraio una granata colpì il palazzo della Milizia e bombe a ripetizione caddero nei pressi dell’ospedale; due giorni dopo sette aerei americani effettuarono un ingiustificato mitragliamento e una bomba fece notevoli danni al patrimonio artistico della chiesa di san Marco. Il giorno 27, una messa in Prefettura organizzata per dare tranquillità e serenità alla popolazione, venne interrotta da un mitragliamento alleato a bassa quota che provocò la fuga dei fedeli.

D’altra parte i tedeschi avevano piazzato punti di osservazione sugli edifici più alti, che divennero obiettivi dei bombardamenti alleati che si susseguirono in città dal 23 marzo al 4 aprile e che colpirono l’acquedotto, il palazzo delle Poste e la torre del Municipio. Il giorno di Pasqua, 9 aprile, Littoria venne di nuovo bombardata: venne colpito il centro, l’ospedale e l’INFAIL, dove perì un’intera famiglia di sei persone.

Tra le efferatezze effettuate dalle truppe tedesche si deve ricordare la fucilazione di 5 persone avvenuta il 4 maggio 1944 a Borgo Montenero di Littoria: esse non erano in possesso del permesso di non evacuare le proprie abitazioni.

 

Bibliografia

Aa.Vv, Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza, Walk Over-La Pietra, Milano 1984, pp.167-168

A.Cipolloni, La Guerra in Sabina dall’8 settembre 1943 al 12 giugno 1944, Rieti 2011

Wikipedia, ad nomen.

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