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Museo storico della Liberazione di Roma

Il Luogo e le Vicende

Il palazzo di Via Tasso 145-155, dove ha sede il Museo, è stato costruito nel 1938-39 dalla famiglia dei principi Lancellotti e ceduto in affitto all’ambasciata tedesca a Roma, che vi collocò gli uffici culturali e dell’addetto di polizia. Dal settembre 1943 al giugno 1944 fu destinato ad Auβenkommandos des Befehlshabers der Sichereitspolizei und des Sichereitsdienst (Comando all’estero della polizia di sicurezza SIPO e del servizio di sicurezza SD), con a capo il tenente colonnello Herbert Kappler e sede ufficiale al civico n. 155. L’adattamento alle nuove esigenze portò con se la trasformazione degli appartamenti del civico n. 145 in carcere.

Ai primi di settembre 1943, dopo l’annuncio dell’armistizio con le forze angloamericane e la fuga del re e del governo a Brindisi, la generosa e a volte eroica difesa di Roma da parte di militari e civili non valse ad impedire l’occupazione nazista. Il 12 settembre si giunse al cessate il fuoco e l’accordo prevedeva la indefinita “città aperta” o “città libera” di Roma, ma per i tedeschi l’amministrazione cittadina doveva essere soltanto esecutrice delle prescrizioni del proprio governo militare. L’equivoco scomparve con la costituzione, il 23 settembre, della Rsi e con la richiesta al comandante della città aperta di aderirvi: il gen. Carlo Calvi di Bergolo rifiutò e si consegnò agli occupanti con altre autorità italiane, ma delegò la prosecuzione della lotta al ten. col. Giuseppe Cordero di Montezemolo, suo braccio destro, che passò in clandestinità e fondò il Fronte militare clandestino della Resistenza (Fmcr). Anche i partiti che avevano costituito il Cln e quelli che ne erano rimasti fuori svilupparono la lotta armata contro gli occupanti che ebbe come protagonisti soprattutto i Gruppi di azione patriottica dei partiti del Cln e le squadre di Bandiera Rossa: fondamentali quelle che agirono contro il sistema delle comunicazioni e dei trasporti in direzione del fronte. Queste azioni furono affiancate da un’ampia e diffusa lotta non armata nella Resistenza che – in una città che aveva raggiunto e superato il milione di abitanti, tra profughi, sfollati e clandestini di ogni genere – ebbe come protagonista il Fmcr, varie reti clandestine di protezione e salvataggio di ebrei, antifascisti, renitenti e disertori, ex-prigionieri britannici, reti di raccolta trasmissione di informazioni politiche e militari. Drammatico elemento di debolezza fu tuttavia la mancata collaborazione fra Cln e Fmcr, ispirati da prospettive politiche diverse.

Particolarmente dura fu la repressione, sostenuta dalla delazione e dall’impiego di torture e violenze contro i detenuti, che ebbe nei rastrellamenti, nelle deportazioni e nelle rappresaglie i suoi strumenti normali di intervento. Via Tasso, luogo di carcerazione e tortura e Forte Bravetta, luogo delle esecuzioni capitali, divennero tristemente famosi.

Dopo la fine dei combattimenti di settembre erano stati deportati verso i campi di internamento i militari che rifiutavano di collaborare; il 7 ottobre fu la volta degli oltre 2000 carabinieri (catturati con l’esplicita collaborazione di Mussolini e di Rodolfo Graziani, ministro della difesa nazionale della RSI); il 16 ottobre si ebbe la nota e tragica razzia nell’ex Ghetto di Roma di oltre 1000 ebrei avviati ai campi di sterminio e il 4 gennaio la stessa sorte toccò a 300 fra oppositori politici e “asociali”. Il tanto atteso sbarco alleato ad Anzio-Nettuno – con il blocco delle truppe a difesa della testa di ponte – non arrecò quella spinta verso la Liberazione che si attendeva imminente, anzi: avendo fatto allentare le precauzioni cospirative, aprì la strada ad una più forte repressione della polizia nazista che riuscì ad infiltrare tra le formazioni resistenti spie e provocatori e a procedere a numerosi arresti che portarono a Via Tasso e a Regina Coeli alcuni dei più importanti dirigenti di partiti del Cln, del Fmcr e di Bandiera Rossa. I fucilati di Forte Bravetta crebbero di numero con esecuzioni in drammatica successione. Frattanto si intensificavano i rastrellamenti nelle strade, sui tram e bus, nei caseggiati popolari, di uomini per il lavoro coatto. Già provata da bombardamenti, da fame e freddo, la popolazione viveva sotto una pressione crescente in una città sempre più militarizzata. In questo clima – mentre non cessavano altre azioni – maturò la decisione di recare un pesante attacco colpendo, con l’esplosione di un forte ordigno, un reparto armato di sicurezza tedesco in Via Rasella il 23 marzo, con 33 morti.

La reazione fu la sanguinosa strage di rappresaglia (10 italiani per un tedesco) che il 24 marzo vide l’uccisione alle Cave Ardeatine (poi denominate Fosse) di 335 uomini (tutti estranei all’azione partigiana) da parte delle SS del carcere di Via Tasso. Lo sbandamento che ne seguì non fu poco, ma azioni contro gli occupanti continuarono – sia pure con frequenza e intensità minori – anche dopo che nella notte tra il 17 e il 18 aprile l’intero quartiere popolare del Quadraro (dove la mobilitazione era intensa e continua) fu sottoposto a un rastrellamento che portò alla deportazione di circa 900 uomini. Ma nei mesi della primavera, mentre la città era ancora bersaglio di bombardamenti alleati (dal luglio 1943 furono ben 53), l’opposizione agli occupanti si manifestò soprattutto con frequenti e crescenti manifestazioni di donne particolarmente per il pane, anche con assalti ai forni. Frattanto, l’organizzazione clandestina dei partigiani socialisti forniva al capomissione della statunitense OSS un volume di informazioni politico-militari che contribuirono notevolmente all’organizzazione dell’attacco finale delle forze alleate sul fronte di Cassino e di Anzio a fine maggio. Per un accordo segreto fra tedeschi ed inglesi, con la mediazione vaticana, le truppe di occupazione si ritirarono senza distruzioni nella città in cambio della mancata insurrezione garantita dagli angloamericani. Tuttavia, la popolazione di Roma dovette subire pesanti colpi fino all’ultimo momento. A Forte Bravetta fucilarono altri sette militanti del Fmcr ancora il 3 giugno, gli angloamericani effettuarono l’ultimo bombardamento il 2 giugno e i nazisti in fuga fucilarono gli ultimi 14 ostaggi in località La Storta-la Giustiniana la mattina del 5 giugno. Le truppe alleate, accolte come liberatrici, entrarono nella città il 4 giugno.

La Memoria

Dopo la guerra la principessa Josepha Ruspoli Savorgnan di Brazzà donò allo Stato quattro appartamenti del n. 145, «vincolando la donazione sotto pena di revocabilità, alla condizione che siano adibiti perennemente ed esclusivamente a “Museo Storico della lotta di Liberazione in Roma” e che siano sottoposti a vincolo di inabitabilità”». Il Museo – nato per iniziativa di un apposito comitato nominato dal Ministro della Pubblica Istruzione e presieduto da Guido Stendardo – ebbe un iniziale allestimento tra il 1954 e il 1955 e fu inaugurato il 4 giugno 1955 con la denominazione di Museo storico della lotta di Liberazione. Con legge 14 aprile 1957 n. 277 fu istituito legalmente come Museo storico della Liberazione ed ebbe la personalità giuridica di ente di diritto pubblico. In seguito, nel 1997 e nel 2008, a quelle originarie si aggiunsero altre due unità immobiliari. Secondo l’art. 2 della legge istitutiva, «il Museo ha per fine di assicurare al patrimonio storico nazionale la più completa ed ordinata documentazione degli eventi storici nei quali si concentrò e si svolse la lotta per la liberazione di Roma durante il periodo 8 settembre 1943 – 4 giugno 1944. […] Per realizzare tale fine il Museo cura la raccolta, la conservazione e l’ordinamento di cimeli, documenti e quanto altro valga a dare testimonianza ed a diffondere la conoscenza di quel glorioso periodo». L’allestimento, realizzato prendendo a modello quello all’epoca applicato nei sacrari e memoriali militari, restituiva in modo quasi intatto gli ambienti dell’ex carcere. Inoltre, le diverse celle furono arredate con esposizioni permanenti di documenti, immagini e cimeli relativi alla funzione di prigione, ai suoi reclusi e ai principali eventi legati all’occupazione nazifascista e alla Resistenza.. Nel 2017, in collaborazione con la Soprintendenza alle Belle arti e Paesaggio per la città di Roma, si è proceduto ad un nuovo allestimento che superasse i limiti che il primo aveva dovuto imporsi anche per scarsezza di mezzi finanziari. Per la stessa ragione, nel 2013 fu necessario interrompere un riallestimento promosso da Presidenza del consiglio e Miur a causa della spending review. I nuovi lavori hanno tenuto conto di ciò che era stato fatto allora. Nella scala e nel pianerottolo d’accesso al palazzo, alcune gigantografie di riproduzioni di opere di Bruno Munari, Francesco Cretara e Renato Guttuso servono da ambientazione. Nell’appartamento del piano terreno, nell’ingresso, il custode accoglie i visitatori e li orienta per la visita. Nelle stanze sono ospitate l’aula didattica e la sala di lettura della Biblioteca Guido Stendardo. All’interno di questa nell’angolo a sinistra entrando è stato lasciato l’allestimento originario, costituito da un pannello e alcuni quadretti che ricordano i caduti della difesa di Roma del 9-10 settembre 1943.

Al primo piano inizia la visita vera e propria. Nella prima sala a sinistra si illustra il teatro degli eventi, cioè le trasformazioni di Roma nella prima metà del XX secolo.

La seconda sala è dedicata ai bombardamenti angloamericani, ben 51, che dal 19 luglio 1943 al 29 maggio 1944 colpirono quartieri periferici soprattutto a ridosso di nodi ferroviari (San Lorenzo, Tuscolano-Casilino, Trastevere, ecc…). Nelle altre tre sale, intrecciando descrizioni tematiche e narrazioni cronologiche, viene narrata la vicenda dell’occupazione nazista e della resistenza popolare della città prigioniera. Mettendo a frutto i materiali di precedenti esposizioni e altri del patrimonio del Museo, seguendo l’indicazione della legge istitutiva, si parte dalla crisi dell’estate 1943 e dalla battaglia per la difesa di Roma del 9-10 settembre per ricostruire le caratteristiche dell’occupazione nazista. Giovandosi di una carta stilata dai servizi di sicurezza alleati, si documenta la presenza dei tedeschi nel territorio cittadino, si documentano ordini e divieti, si presentano gli obiettivi del reclutamento di forza lavoro e di recupero dei militari sbandati, si segnalano l’ambasciata tedesca in via Biancamano, via Tasso, Regina Coeli, l’Hotel Flora, via Lucullo, e tanti altri luoghi nei quali la città cambia carattere per le funzioni che vi vengono svolte dagli occupanti. Ma Roma è pur sempre una città in guerra, e per questo vengono descritte le misure di protezione antiaerea, gli orti di guerra, le donne addette ai pubblici servizi, il razionamento e la borsa nera, ecc… così come le azioni di uomini e donne che non si sono voluti sottomettere, seppur tacitamente, agli occupanti. Al secondo piano siamo nel carcere vero e proprio con le celle di detenzione.

Al terzo piano vi sono due appartamenti. All’interno 8 vi sono sale in cui sono esposti manifesti e stampa clandestina nonchè una cella di segregazione. All’interno 9 il corridoio principale e la sala principale sono dedicati agli ebrei massacrati alle Fosse ardeatine e deportati il 16 ottobre 1943 a seguito della razzia del ghetto. Nella Sala è presente un’installazione in legno a forma di triangolo con il vertice in basso che ingloba un visore e un apparecchio per poter visionare il film di montaggio “Gli ebrei a Roma, 1938-1944”.

Via Tasso 145 – Roma (RM)

Fonte: https://memoranea.it/luoghi/lazio-rm-roma-museo-storico-della-liberazione; www.museoliberazione.it

 

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