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Alfonso Volpi: un eroe di Cisterna in terra di Grecia. Antonio Parisella

Incontro 23 ottobre 2017

Intervento del prof. Antonio Parisella, presidente del Museo storico della Liberazione di Roma

“Alfonso Volpi: un eroe di Cisterna in terra di Grecia”

 

Alfonso Volpi  (Milano, 02 agosto 1909 Grecia, 10 ottobre 1943).

Ingegnere, trasferitosi a Cisterna dopo le nozze con Antonietta Di Fazio.  

Richiamato alle armi nel 1941 divenne capitano di complemento del 3º Reggimento Genio. L’armistizio lo sorprese in Grecia, dove svolgeva la funzione di capo tecnico all’officina mobile del Comando superiore delle Forze armate italiane. Alfonso Volpi, l’8 settembre 1943, non ebbe dubbi su quale parte scegliere e, riuscito a sfuggire ai tedeschi, si aggregò ai combattenti della Divisione Pinerolo con i quali prese parte a numerose azioni di guerra. La sua lotta finì poco più di un mese dopo. Il 10 ottobre, infatti, il capitano italiano si trovava in Tessaglia dove, con un ufficiale inglese, aveva organizzato una colonna di automezzi che dovevano trasportare viveri alle formazioni partigiane. Il convoglio fu però intercettato dai tedeschi. Per consentire all’ufficiale britannico di condurre a destinazione il carico, Volpi affrontò da solo i nemici a colpi di pistola; quando non fu più in grado di utilizzare l’arma, si impegnò in un disperato corpo a corpo, finché fu ucciso da una raffica di mitra.

Alla sua memoria è stata conferita la Medaglia d’oro al valore militare con la seguente motivazione: 

«Comandante di un reparto di genieri in Grecia, all’atto dell’armistizio resisteva alle lusinghe ed alle minacce dei tedeschi e si univa ai partigiani della Divisione “Pinerolo” iniziando la dura vita della guerriglia in montagna. Volontario in numerose rischiosissime missioni le portava tutte a termine dando prova di eccezionale ardimento e di grande spirito di sacrificio. Sorpreso da preponderanti forze tedesche, mentre assieme ad un ufficiale britannico effettuava incetta di viveri per rifornire le unità partigiane italiane, affrontava risolutamente il nemico attaccandolo a colpi di rivoltella; inceppatasi l’arma, impegnava un furioso corpo a corpo, finché raggiunto da raffiche di mitra si abbatteva morente. Il suo eroico sacrificio permetteva che l’ufficiale britannico e gli auto mezzi carichi di preziosi viveri sfuggissero alla cattura e raggiungessero la zona controllata dagli italiani» — Tessaglia (Grecia), 19 settembre – 10 ottobre 1943..

Sono stato chiamato in questo Istituto Comprensivo a parlare della figura del capitano Alfonso Volpi, Medaglia d’oro al valore militare a cui è intitolata la scuola media.  Aiutatemi voi adulti a parlare soprattutto agli allievi più piccoli, spiegando loro le cose che dirò, così riusciranno a sapere anche loro come sono andate le cose. Questo è un impegno civile, un impegno sociale, è un impegno patriottico, è un impegno di rispetto nei confronti della persona che ricordiamo e verso gli altri che, come lui, hanno dato un contributo alla Patria nel corso della Seconda Guerra Mondiale perché noi potessimo sopravvivere nella libertà.

Noi di famiglia eravamo di casa con la famiglia di Alfonso Volpi, perché il negozio di merceria della moglie del Capitano, alle spalle del bar di Andrea, (oggi bar Paolessi) era davanti alla farmacia della mia famiglia ed io da bambino andavo spesso ad aiutare la signora Antonietta a mettere in ordine i bottoni o i nastri. Del figlio

Romolo mio fratello Luigi (il dottore Gino) era stato padrino di cresima e con Amerigo, anche se più grande di me, abbiamo spesso fatto parte di comitive comuni. Pertanto, sono commosso che si parli di una persona che ha comunque, a suo modo, fatto parte della mia stessa vita.

Che ci faceva Alfonso Volpi in Grecia, lui e circa cinquecentomila ragazzi italiani nei Balcani? In Grecia erano sparsi da Corfù a Cefalonia, alle altre isole, sulle coste e nell’entroterra. Furono mandati lì in circa cinquecentomila, tra questi quattordicimila soldati morirono, cinquantamila furono feriti in maniera irreversibile, cinquantamila rimasero congelati nelle zone montane dell’interno, altrettanti ebbero malattie che si sono portati per tutta la vita e venticinquemila furono fatti prigionieri.

Perché erano stati mandati lì?

Ecco, questa è una cosa difficile da pensare, molto difficile, su cui riflettere.

Un certo giorno, dopo che la Francia era stata travolta dalla Germania, Mussolini decise di attaccare la Francia, dicendo che gli bastavano poche migliaia di morti per essere considerati vincitori al tavolo della pace. Poi, però, la guerra è andata avanti ancora, e qualche mese dopo, senza nessuna prevedibile ragione, stabilì di attaccare la Grecia con una parola d’ordine urlata da Mussolini, veramente incredibile e sprezzante: “Spezzeremo le reni alla Grecia”.

La Grecia non aveva nessun contenzioso con l’Italia, era un Paese con un governo autoritario, oggi diremmo con un governo di destra, e si videro attaccati.  Nell’anniversario della Marcia su Roma (28 ottobre 1940) Mussolini pensava che in quattro e quattr’otto avrebbe liquidato questo Paese di pecorai e di pescatori, come sembra che li defisse.  L’Italia stava in Albania dal 1939. Mussolini comandò allora alle truppe di passare il confine e di andare in Grecia.  Valicare il confine tra Grecia e Albania è ancora adesso problematico!   Allora era quasi impraticabile, con strade non asfaltate, con strade tortuose.

Ai primi passi, anche se era il mese di ottobre, arrivò la pioggia, arrivò il gelo.  Il maltempo durava da diversi giorni e gli italiani si impantanarono. Oltretutto, mentre le armi erano discrete, l’attrezzatura di sostegno era poco adatta. Passò qualche mese e le truppe non ce la facevano più. Ci furono molte perdite … le truppe non facevano un passo avanti.  Questo attacco doveva servire per dare forza al Governo italiano nei riguardi dell’alleato, la Germania, che sembrava, da un momento all’altro, avrebbe conquistato l’Europa. Invece, il Governo italiano dovette chiedere l’aiuto alla Germania. Questa, vista la geografia, coinvolse anche la Jugoslavia, che fu occupata nel tragico gioco del domino: la guerra si allargò, divenne la guerra dei Balcani. Con l’aiuto tedesco, nella primavera successiva, la Grecia venne sconfitta e i greci iniziarono una durissima resistenza, come tutti i popoli occupati in Europa e come l’avevano iniziata gli albanesi e gli jugoslavi.

Gli italiani stavano lì, anche la divisione Pinerolo, della quale Alfonso Volpi faceva parte, e da un lato subirono gli attacchi dei partigiani monarchici e comunisti, che lottavano per il loro paese, e dall’altra le forze armate italiane furono anche esse protagoniste di numerose rappresaglie e repressioni sui civili. Centinaia sono stati gli episodi, le stragi con l’intenzione di colpire i partigiani.

Alfonso Volpi non era nella parte operativa della divisione Pinerolo, lui era un tecnico, era un capitano ingegnere e, nell’ambito del suo reggimento, era addetto a dirigere l’officina mobile. Ogni reparto militare, infatti, aveva le sue armi, i suoi carri, i suoi cannoni, però poi c’era la necessità che qualcuno li facesse funzionare, sostituisse i pezzi usurati, li riparasse. Lui là era ingegnere. Dirigeva a livello reggimentale l’officina mobile. Era sottratto a quel compito gravoso, anche psicologicamente, di contrastare in armi i greci e le forze combattenti.

Con questo siamo a un passo dall’aprile 1941 e fino al termine del 1943: mesi e mesi, anni di incertezze e di paure, di timori per le truppe italiane.

Io stesso ho conosciuto e ho ascoltato numerosi racconti da persone che sono state in quella situazione, anche se non in Grecia, ma in condizioni analoghe.  Il mio professore dell’università, Renato Mori, con il quale mi sono formato e con il quale ho lavorato, ad esempio, è stato giovane ufficiale in Albania. Già lo raccontava cosa significava questa tenacia, questa forza di popoli di pastori nei riguardi delle forze di invasione.

Chissà che cosa in quei mesi è maturato tra di loro, in Alfonso Volpi come negli altri militari!

Nel momento in cui, l’8 settembre 1943, venne data notizia che l’Italia aveva concluso un armistizio con gli alleati e, cosa vergognosa, aveva lasciato queste centinaia di migliaia di soldati sparse in Europa senza disposizioni, senza ordini, c’era una sola disposizione da osservare: rispondere al fuoco e agli attacchi da qualsiasi parte provenissero. Solo la Marina aveva ricevuto ordini più precisi.

Allora ogni reparto, ogni gruppo, ogni soldato, ogni ufficiale si trovò a dover decidere che cosa fare.

Di fronte alla dissoluzione dell’esercito, qualcuno ha parlato, in passato, di morte della Patria, come se la Patria fosse identificata unicamente con la sola istituzione militare, con le forze armate. Il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, che fu anche lui tra i tanti soldati che stavano sparsi senza ordini, ha ricordato che in quei giorni la Patria rinacque, perché ognuno di loro si trovò con la propria coscienza a decidere quale era il suo dovere verso tutti in quel momento.        La cosa che sorprende è come, migliaia di militari, che stavano lontani dal territorio nazionale, che stavano in Francia, nei paesi della ex Jugoslavia, nel Montenegro, in Serbia, in Albania, in Grecia, decisero di allearsi con i popoli dei paesi occupati dai tedeschi e già dagli italiani. All’estero erano poco più di settecentomila i soldati italiani; tra essi furono pochi quelli che accettarono di combattere a fianco dei tedeschi oppure accettarono, dopo qualche settimana, di arruolarsi nell’esercito della fascista Repubblica Sociale Italiana capeggiata da Mussolini. Seicentomila dissero no: alcuni passarono sul posto con i partigiani locali, altri furono impacchettati nei carri bestiame e portati nei Lager della Germania e della Polonia, tra essi Rinaldo Rinaldi, il meccanico di Cisterna che è stato tanto caro a molti di noi.

Pensate, e lo testimoniano anche i diari di ufficiali e altri prigionieri dei tedeschi, di fronte a questa scelta, tanti altri italiani non reagirono come ci saremmo immaginati!  Fecero sentire il loro no e lo mantennero.

Il no di Alfonso Volpi, come quello di tanti altri, fu un no che non era solo quello di non collaborare, era quello di partecipare alla lotta, quello di partecipare ai combattimenti. Per esempio, cosa che non viene mai detta, è che gli alpini reduci dalla campagna di Russia, quelli che si erano salvati, andarono in montagna, in Piemonte, a combattere contro i tedeschi. Furono loro tra i primi partigiani. Alfonso Volpi si trovò a scegliere questo in una situazione che era particolarmente difficile. Prima di tutto perché tra i civili greci si diceva: “Voi siete quelli che avete fatto la repressione, avete compiuto le stragi, avete distrutto i villaggi, avete ucciso i nostri fratelli e adesso volete stare con noi, combattere con noi?”. Gli inglesi cercavano di tenerli uniti, cercavano di far ottenere alle formazioni militari italiane (venticinque mila italiani e anche di più) di entrare a far parte delle formazioni partigiane greche. In alcuni casi questo accadde, ad esempio, proprio nella Tessaglia (regione montuosa al centro della Grecia), dove era Alfonso Volpi, una zona in cui la lotta partigiana era molto cruenta. I partigiani del luogo, però, non volevano lì i soldati italiani; alcuni li misero nei campi di concentramento, non volevano dividere con i prigionieri italiani anche le poche risorse alimentari a disposizione. Solo in seguito, gradualmente, gli inglesi ottennero che i militari italiani potessero partecipare a tutta la vita delle formazioni partigiane greche, dapprima nei servizi del campo, in seguito anche in tutte le attività militari, a patto che non fossero concentrati da nessuna parte, che fossero divisi in gruppi, sempre minoritari all’interno delle formazioni, che, come comando, fossero subordinati ai greci. Anche se c’erano cento italiani non c’era plotone, ma non c’era comunque un comandante italiano, la formazione era comandata da un ufficiale greco.

Questa è la situazione in cui si venne a trovare Alfonso Volpi.

In quella zona si ingaggiarono forti combattimenti contro i tedeschi. Le cose procedettero tra alti e bassi. La difficoltà maggiore era di approvvigionarsi di viveri e di altre cose, che servissero, come le scarpe e le coperte, oltre alle armi e alle munizioni. Toccò a un gruppo di greci e italiani, sempre comandati da un ufficiale inglese, accompagnare con una scorta armata un reparto che era impegnato ad approvvigionarsi a Lassa (capoluogo della Tessaglia).

Quando si combatte in zone dove non c’è una viabilità facile, dove le strade sono pietraie o sono polverose e senza massicciate, tutto diventa difficile e complicato, si invertono le sorti.

Non erano più i partigiani a fare gli agguati agli automezzi tedeschi, si determinò una situazione opposta; questa colonna di viveri, di rifornimenti, di armi fu attaccata da un reparto di militari tedeschi regolari. In quelle condizioni, anche se chi attacca è numericamente inferiore, ha dalla sua il vantaggio che chi viene attaccato ha difficoltà a muoversi, a scappare, a nascondersi, a ritirarsi. Anche se l’autocolonna, in questo caso, era più numerosa, i tedeschi attaccarono dall’alto, spararono con le armi più pesanti e allora la colonna si trovò in totale difficoltà.

A questo punto, immaginiamo il suo sentire, perché non ci sono lettere e disposizioni delle ultime volontà di Alfonso Volpi. Però ricordiamo o sappiamo meglio quale era il suo carattere da come ci è stato narrato dai familiari, soprattutto dalla moglie e dal padre di lei. E qui non posso evitare di parlare di sua moglie, alla quale non si poteva non voler bene. Era una donna la cui giovinezza sfiorita non aveva intaccato l’anima. Era rimasta nel suo lutto, ma con grande dignità, qualcosa dentro l’anima che celebrava il ricordo di Alfonso Volpi come uomo di vita e di umanità. Ed in ciò era sostenuta moralmente dal padre, un vecchio uomo con capelli bianchissimi, alto e con due grosse mani, un uomo che non nascondeva con la mitezza la forza dell’animo.

Penso che certamente in Alfonso ci sia stato l’orgoglio, ci sia stato il tornare indietro rispetto alle azioni fatte dai militari italiani, quasi un dover riparare un torto fatto dagli italiani, quasi un dover dimostrare che non erano dei vigliacchi, che a un certo momento correvano gli stessi rischi dei soldati e dei partigiani greci, che la loro vita era diventata un’altra cosa. Alfonso Volpi, come gli eroi delle storie dell’antica Grecia o di quella di Roma antica, o come Rolando di Roncisvalle, restò con gli altri a fare la retroguardia, restò a combattere di fronte al nemico che era più numeroso.

Come nei romanzi di avventura, la storia è fatta di sangue e carne di uomini.

Alfonso Volpi restò lì fino all’ultima pallottola, restò sulla strada con altri, così i compagni potevano fare avanti e indietro e portar via quello che restava degli approvvigionamenti. Andare e venire dal campo con altri italiani che si sono battuti con le unghie e con i denti, con la baionetta, ha permesso così a chi stava con lui di salvarsi e a chi, partigiano che stava alla macchia ed in montagna, di sfamarsi, di coprirsi, di avere scarpe da mettersi ai piedi.

Io non uso mai il termine eroe, perché nella guerra bisogna cercare di scoprire gli eroi di tutti i giorni e, tra loro, tra i più grandi eroi della Seconda Guerra Mondiale, non solo in Italia, ci sono le donne che hanno visto morire i propri figli. Ci sono le persone che a volte abbiamo avuto e abbiamo in casa e non ce ne siamo accorti. Le donne della Seconda Guerra Mondiale sono le nostre mamme, le nostre nonne, sono milioni di persone che, su tutti i fronti ed in tutti i Paesi, hanno permesso a milioni di uomini di non morire; sono, ad esempio, quelle contadine russe che hanno ospitato gli alpini italiani durante la ritirata e le contadine italiane che hanno salvato i prigionieri inglesi fuggiti dai campi e i partigiani italiani.  Ma sono anche quelle donne di Cisterna che hanno curato la popolazione sotto le bombe, nelle grotte e nello sfollamento.

Con l’occasione voglio fare una riflessione su qualcosa che ci tocca da vicino.  C’è stata sempre polemica a Cisterna perché alla città è stata conferita la Medaglia d’argento al valor civile e non al valor militare.  Come ricordai di fronte al sindaco e alla popolazione accorsa per il Premio Cisterna nel 2003, il giorno d’inizio della guerra dell’Irak, bisogna essere orgogliosi e non solo contenti della decorazione al valore civile. Esso, infatti è qualcosa di più ampio e profondo, perché civile significa che riguarda la civiltà della popolazione e ricomprende al suo interno anche il valore militare. Quindi a Cisterna è stata eroica tutta la popolazione, inclusi i suoi internati militari, i suoi deportati, le sue vittime di stragi, a Pratolungo o altrove.

Però qui il termine di eroe lo uso con convinzione nel senso che comunemente gli si dà, perché mai, come nel caso di Alfonso Volpi, si deve dire che è un eroe, è un eroe perché c’è la motivazione per essere un eroe. Lui portava infatti moralmente sulle spalle il peso delle scelte scellerate di chi governava il nostro paese che aveva attaccato la Grecia, portava sulle sue spalle tutto quello che c’era stato prima che ci fosse l’armistizio.

Ora, prima di concludere, vorrei ricordare un episodio che mi commuove perché riguarda una persona che ho particolarmente cara e che, come ho già ricordato, era il padrino di Romolo, il figlio di Alfonso, cioè mio fratello Luigi, “o dottore Gino”, il farmacista.  Io ero ad assistere al Consiglio Comunale, quella sera del 1969, quando fu deliberata l’intitolazione della Scuola ad Alfonso Volpi. Mio fratello Luigi era il capogruppo del Movimento Sociale Italiano e si temeva che potesse opporsi; invece, alzò la mano e prese la parola per primo: “Non posso non essere d’accordo su questa proposta perché quando ci si trova di fronte a degli eroi, si va oltre le convinzioni, gli orientamenti politici, e quindi, mai come in questo caso, l’intitolazione all’eroe Alfonso Volpi è una cosa giusta e meritata”.

Alle persone come Alfonso Volpi continuiamo ad essere grati perché quello che hanno fatto lo hanno fatto per noi, non solo per riparare i torti del passato, ma per dirci che bisogna tenere gli occhi aperti, che bisogna essere fedeli ai valori per cui hanno dato la vita e che sono quelli del nostro vivere civile, incarnati nella nostra Costituzione di Paese libero e democratico.

E soprattutto, come scrive il mio collega tedesco Christoph U. Scminck Gustavus nella dedica che mi fa del suo libro “Inverno in Grecia”: “Mai più guerra”.

 

 

 

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